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Volti di una stessa luna

... le parole hanno più potere degli uomini...
Guarda in cielo e ammira le stelle
sono pure, semplici e ingenue
Guarda in cielo e ammira l'infinito
è freddo, vuoto e oscuro
E infine
Guarda in cielo e ammira la luna
mai vedrai nulla di cosi umano
nella sua immortale imperfezione
Come una fenice
cresce,  muore e rinasce
Ammira la luna
Ammira i suoi volti
Niente troverai di più caro
Niente troverai di più ingannevole
Confonderai il bene e il male
L'oblio cancellerà la tua mente
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WOW!Bella Mary...non so dove tu prenda queste cose o se le scrivi tu non so come tu faccia,ma spero ke tu finisca prestissimo il fantasySorriso
1 Déc.
27 octobre

Premessa/ Cap 1 Vite parallele

Scriverò giusto due parole di premessa. Scoprire cosa significa scrivere mi ha cambiato l'esistenza proprio come l'ha fatto ognuno dei mie personaggi... esistono, lo giuro, bisogna solo trovare le loro storie nella nostra vita. E guardarci intorno, c'è una piccola luna che brilla su ognuno di noi.

Cap1
Vite parallele

Riiiiiiiiinnnng
Nel silenzio più totale della casa un rumore, un piccolo e fastidioso “ring” spezzava l’atmosfera addormentata e immobile. Un nuovo giorno era iniziato ed esigeva la sua attenzione.
Aurora aprì gli occhi, non che facesse molta differenza. Tolse fuori la testa da sotto le coperte e colpì con un pugno la sveglia a forma di luna pur di zittirla e questa, come per rivincita, cadde producendo un forte rumore metallico che la scosse ancora di più dell’odiato suono. <<Muori>> bofonchiò. Aprì gli occhi di scatto per non doverli richiudere e si sentì sveglia, anche se non ancora del tutto. Si trascinò fuori dalle coperte con immane sforzo,avrebbe dato qualsiasi cosa per continuare a sognare.
Si diresse in bagno e come ogni mattina inciampò nel gradino sbattendo con la fronte alla porta << MALEDIZIONE!>> era di certo un buon modo per svegliarsi ma non migliorava il suo umore mattutino. Arrivata al lavandino senza altri incidenti, aprì l’acqua e si sciacquò il volto. Naturalmente era tutto gelato. Alzò il viso e si vide riflessa nello specchio.
<<Buon giorno, dormito bene?>>
<<Abbastanza>>
Finì di lavarsi e vestirsi in completo silenzio. Tutto dormiva ancora, ogni cosa sembrava immersa nel sonno. Ogni cosa tranne lei che si preparava ad affrontare questo nuovo giorno. Uscì di casa,  zaino sulle spalle e la stanchezza che ancora le cerchiava gli occhi e tirò fuori il biglietto del dell’autobus per tormentare un po’ gli angoli, che era un passatempo come un altro per non pensare al vento gelido che le accarezzava le guance, al peso che sentiva sulla schiena e al fatto che era l’inizio di un altro noioso e inutile giorno di vita.
Seduta alla fermata tirò fuori dalla giacca il lettore, che cosa c’è di meglio di un po’ di musica di prima mattina? Sperava di tirarsi su il morale e invece….

I don’t go to school every monday  /  I’ve got my reason to sleep  /  don’t you tell me how I should be

Pensò alla traduzione

Io non andrò a scuola ogni Lunedì mattina /  ho ottenuto un motivo per restare a dormire / Non potete dirmi come dovrei essere

No no, meglio chiudere, non era giornata. Effettivamente non era mai giornata, ma provarci non costava nulla.

L’umore, poi, non può che peggiorare alla vista di quell’edificio azzurrognolo con il tetto spiovente e le finestre uguali e precise, tutte allineate. Mancavano solo le sbarre, sicuramente
avrebbero fatto una bella coppia con il cancello, alla vista degli studenti sembrava ridere malvagio…

“Per me si va nella città dolente,
Per me si va nell’eterno dolore ,
Per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
Fecemi la divina potestate,
La somma sapienza e il primo amore.

Dinnanzi a me non fur cose create,
Se non eterne, ed io eterna duro:
lasciate ogni speranza,voi ch’entrate!”


Spesso le tornavano in mente queste parole, non potevano essere più azzeccate! Che Dante avesse frequentato il suo stesso liceo?

Oramai ci aveva fatto gli occhi alla forma rigida di quella struttura e le lasciava dentro solo un senso di vuoto, niente più. Le piaceva, di mattina in mattina, guardare gli altri ragazzi salutarsi felici e beati davanti ai cancelli per poi cambiare totalmente espressione una volta varcato. Era così comico che le scappava sempre un sorriso, anche quella mattina in cui sembrava non esserci posto per l’allegria.

A differenza dei suoi coetanei Aurora non amava la compagnia altrui.
In realtà era sempre troppo presa dai suoi pensieri per dare la minima importanza alle vite che incrociavano il suo stesso cammino. Per tutti lei era un’estranea, anche per i compagni di classe e questo perché l’unica compagnia che desiderava era quella di se stessa. Non perché fosse una tipa strana o emarginata da tutti, semplicemente aveva un carattere difficile, poco consono a ragazzi della sua età. Di questo non si dispiaceva minimamente, era fortemente convinta che gli altri non l’avrebbero mai capita e ne tanto meno le sarebbero mai stati utili per qualcosa.
Li osservava e si era fatta l’idea che in loro non c’era niente oltre le scarpe costose e i vestiti firmati o almeno niente di interessante. Entrata in classe lasciò lo zaino sopra il banco singolo in cui passava parte delle sue giornate e, dopo un veloce saluto ai compagni, si mise a leggere seduta sul davanzale della finestra.  Era arrivata ad un punto abbastanza interessante quando il suono stridulo e acuto della campanella la riportò alla realtà, giusto in tempo per vedere la professoressa di matematica entrare, un fascio di compiti in mano.

A scuola Aurora non se la cavava male. Certo era incostante e selettiva ma tra i suoi alti e bassi non si scomponeva minimamente. Voti, compiti, interrogazioni erano tutte cose che non la toccavano, tanto le considerava inutili. Studiava tutte le materie anche se rendeva solo in base alle sue attitudini . Sin da bambina aveva trovato la scrittura un modo perfetto per esternare sensazioni, pensieri e idee, le bastava scrivere per rilassarsi e sentirsi felice. Amava anche la lettura perché i libri sono  un ottimo mezzo per scappare alla realtà e rifugiarsi in un mondo diverso, forse anche migliore. Per questo prediligeva le materie umanistiche.     Quel giorno le andò male però. Dopo due lunghe e monotone ore di matematica le toccò un’ora di fisica. Era già stata interrogata quindi passò il resto dell’ora ad osservare il cortile della scuola e le montagne che si stagliavano all’orizzonte con aria assorta, totalmente assente. I prof avevano sempre pensato che ci fosse qualche problema dietro il suo atteggiamento , magari non si sentiva accettata dalla classe o altro e cercarono in tutti modi  di renderla più partecipe, di svegliarla del sonno in cui sembrava immersa. Un pomeriggio dell’anno prima Aurora si presentò al consiglio di classe e le cose andarono come andarono… da allora nessuno più la disturbò.
DRIIIIIIN
Altro fastidioso suono della giornata. Soprattutto all’ora della ricreazione. Come per un segnale di allarme tutti saltavano in piedi per cercare di fuggire via dalla classe. “Li insegue la peste?” si chiedeva sempre Aurora che dal canto suo si riaccomodava sul davanzale come al mattino, era veramente molto comodo ed ispirava alla lettura, nella sua totale tranquillità non aveva niente a che fare con il caos infernale in cui riversavano i corridoi dell’edificio durante quei dieci minuti.



DRIIIIIIN

Quel giorno più che mettere via il libro lo scaraventò con violenza nello zaino facendo trasalire il ragazzo seduto al banco vicino al suo
<<Di pessimo umore oggi?>>
<<Tu che dici Stè?>>
<<Dai fai un sorriso, vuoi farti vedere da Goku con il muso lungo?>>
Il paragone tra la prof di Educazione Fisica e l’eroe di un cartone animato  le fece sfuggire immediatamente un sorriso.
Stefano era l’unico della classe con cui Aurora scambiava volentieri qualche parola di tanto in tanto.
<<Buon Giorno ragazzi!>> suonava sempre strano e di certo troppo allegro detto dalla prof Tucci che sprizzava allegria da tutti i pori, anche di lunedì.
<<Buon Giorno>> rispondeva senza nessuna convinzione la classe,soprattutto il lunedì.
<<Bene ragazzi a chi va di giocare a scacchi?>>

Dieci minuti più tardi la classe era immersa in un clima di concentrazione assoluto.
Aurora adorava gli scacchi.
Erano esattamente come lei: cauti, riflessivi, silenziosi.
<<Scacco Matto>>
La sua voce risuonava diversa nel silenzio dell’aula
<<Scacco Matto>>
fuori un altro
<<Scacco Matto>>
<<Brimi non ti sei scocciata di stracciare i tuoi compagni?>> la prof Tucci ridacchiò, adorava come la sua alunna riuscisse a piegare sotto il proprio volere ogni avversario, naturalmente ne dava il merito al suo metodo di insegnamento .
<<Fate deconcentrare la campionessa>> risuonò malignamente una voce dal gruppetto che guardava ammirato la partita.
<<Gerani invece di disprezzare perché non ci provi anche tu? O hai paura che la piccola Aurora possa fare a pezzi anche te?>> La Tucci era mitica alle volte, viva la psicologia inversa!
<<Io paura?! Per niente! E poi stà ancora giocando contro Martini e …>>
<<Scacco Matto>>
La fronte di Aurora si rilassò, gli occhi azzurri si posarono sul povero Cosimo che, afflitto, lasciava il posto ad un prossimo sfidante.
<<Aurò, sei un mostro>> disse solamente
<<Lo so>> rispose lei mentre guardava con aria di sfida Carlo Gerani,prossima vittima.
<<Allora?Giochiamo o hai veramente paura di me?>>
<<Io paura?Vedrai>>

Aurora si concentrò. Isolò tutti i rumori esterni e ascoltò solo il suo cervello inventare strategie e ipotizzare possibili mosse. Quando giocava non era più lei.

<<Scacco M…>>

DRIIIIIN
“Sempre quando uno si diverte” pensò mentre raccoglieva cavalli e regine. Anche l’ora di storia passò nella più totale apatia. E finalmente …

DRIIIIIN
Un altro giorno era passato, ed anche a questo era sopravvissuta.
Raccolse le sue cose e uscì dalla classe, dalla scuola, dalla folla di ragazzi e ragazze felici o meno che si accingevano a scappare dall’edificio
Com’era bello il sole di Novembre che ti scaldava il viso come a volerti sorridere, o meglio, a volerti vedere sorridere. In giornate tanto grigie era una fonte di colore, soprattutto per lei .
Superò un paio di ragazzi del primo, fermi a chiacchierare bloccando il passaggio sul marciapiede e per poco non sbattè contro il tronco di un alberello che occupava buona parte della strada.
“Prima o poi vengo con una motosega e li farò fuori tutti” pensò rimettendosi in cammino. Naturalmente si riferiva agli alberi, non hai ragazzi del primo.
Cercando di scansare persone, tronchi e rami arrivò allo spiazzo posteriore della scuola che dava sulla strada .Appoggiò lo zaino a ridosso di un muretto e si stiracchiò godendosi il sole. Il resto della scuola le passava accanto ma lei non se ne accorgeva neanche, troppo presa dai suoi pensieri. Quando l’autobus arrivò rombando la fece sobbalzare.

<<Mà sono a casa>> disse togliendo la chiave dalla toppa e chiudendo la porta. Scaraventò lo zaino sulle scale e in un attimo si liberò da guanti sciarpa e cappotto.
<<Bentornata tesoro>> le rispose sua madre uscendo dalla cucina con due grossi barattoli di salsa in mano <<Com’ andata oggi?>> la domanda era puramente formale, Aurora sapeva bene che sua madre non avrebbe ascoltato la risposta.
<<Tutto uguale anche se nell’ora di fisica sono svenuta e ho passato il resto della giornata a fumare erba con il ragazzo più carino della classe. Credo di essere incinta di lui, in ogni caso siamo stati sospesi per un paio di mesi>>
<<Mmm>> rispose sua madre, la mente altrove mentre riponeva in un armadietto altri barattoli, posizionandoli in ordine di altezza e data di scadenza.
Recuperato lo zaino Aurora salì nella sua camera, o meglio, nel suo piccolo mondo, l’unico luogo in cui desiderava vivere.
Dopo pranzo cominciò a studiare. Latino, fisica e inglese. Tra una versione e un problema cercò di distrarsi un po’. Alle sei aveva terminato e poteva godersi il momento migliore della giornata, quello che più amava in assoluto.
Aprì il computer e collegò lo stereo prima ad esso e poi alla corrente elettrica. Un minuto dopo la stanza risuonava di una melodia dura e forte eppure incredibilmente struggente.
 Era l’umore di Aurora tramutato in note.
Si sedette alla scrivania e aprì il cassetto chiuso a chiave dove scelse un quaderno tra i tanti e una penna di colore violetto, chiuse gli occhi e ispirò profondamente.
La musica le entrò nel corpo, nelle ossa, nella mente, nel cuore.
Inspirò e riaprì gli occhi.
Prese la penna e cominciò a scrivere…

Alle otto era pronta la cena. Aurora uscì dalla sua stanza ancora su di giri. Sua madre aveva preparato pollo e patatine per lei e verdura lessa per se. Era di nuovo a dieta.
Mentre stavano sparecchiando la tavola suonò il telefono.
<<Tuo padre>> disse l’ex signora Brimi borbottando.
<<Pronto?>>
<< Ehi principessa!Come va?>>
Quando i suoi genitori divorziarono Aurora non ne soffrì molto. Anzi neanche ci fece caso. Suo padre non era mai a casa e quando c’era lui e sua madre erano come estranei e lei non aveva nessun rapporto con entrambi . Da quando viveva a Milano, però, si sentivano una sera si e una no, mai erano stati tanto in contatto.
<<Mà vado a nanna>>
<<Notte Tesoro>> rispose sua madre senza neanche togliere gli occhi dallo schermo del televisore, stava per iniziare la sua fiction preferita non ne poteva perdere neanche un fotogramma. Si svesti con calma, scelse dalla libreria un libro di racconti e si infilò nelle calde e soffici coperte.
Non era neanche a metà di una storia alquanto movimentata che si senti le palpebre cascanti e una grande voglia di rifugiarsi sotto le accoglienti coperte come fa un ghiro nella sua tana.
Posò il volume sul comodino, si sciolse i capelli castano chiaro e lanciò i l’elastico dall’altra parte della stanza facendolo atterrare sulla scrivania. Si ravvivò con le dita i , a parer suo, fastidiosi ricci che i geni di sua madre avevano deciso di regalarle e si sdraio posando la testa sul cuscino, cercando la posizione migliore per prendere sonno ma si fermò un attimo a fissare il soffitto.
“Un altro giorno è passato” si disse prima di chiudere gli occhi e cadere tra le braccia di Morfeo….



                                                                                                                      *


Tutto taceva. La regina notte imponeva ai suoi sudditi l’assoluto silenzio. La foresta sembrava respirare ma non era che l’unione dei sospiri delle miriadi di creature che nel buoi di essa si nascondevano.
Lea l’amava.
Amava come quel profondo silenzio la facesse sentire a casa.
Annusò l’aria.
Sentì l’odore della paura.
“Arrivano” pensò. I muscoli di tutto il corpo le si tesero, pronti a scattare. Chiuse gli occhi e ascoltò. Potè sentire il lieve respiro di un ragno che filava la sua tela, bramoso di sangue, ad un centinaio di metri da lei. Si concentrò, la sua preda era molto silenziosa. Solo con il massimo sforzo poté sentire i silenziosi passi elfici, il fruscio dei nobili mantelli, i bisbigli concitati, le calde lacrime che scorrevano su quei volti perfetti.
Riaprì gli occhi color ghiaccio e sentì scorrere nelle vene l’eccitazione per la caccia. Oramai li aveva scovati e anche loro riuscivano a percepirla , sentivano di essere spiati nel buio, topolini nella tana nel serpente. Più cresceva loro paura più Lea sentiva pulsare il sangue e pompare il cuore.
Con un leggiadro balzo atterrò senza rumore su un ramo più basso della mastodontica quercia sul quale si era appostata. Li avrebbe attesi lì, sarebbero caduti da soli nella sua trappola, da soli sarebbero andati incontro alla morte.
La leggera brezza notturna le scompigliava i lunghi capelli coloro cioccolato nascondendo con piccoli giochi il viso bello e freddo che scrutava immobile l’oscurità sottostante, una statua di marmo bianco dai lineamenti perfetti.
Si mosse leggermente.
Eccoli .
Il sentiero fatato e protetto che i due avevano percorso si restringeva fino a scomparire in un punto in cui gli alberi si diradavano lasciando il posto ad una piccola radura. Niente alberi, niente protezione per un elfo. Così apparvero nella loro vera sembianza, i volti accarezzati dalla luna, l’ultima che avrebbero visto nella loro esistenza. Erano spaventati, erano smarriti, erano spacciati.
“Fin troppo facile” pensò Lea prima di sguainare la spada e scivolare a terra senza produrre alcun suono.
Fu tutto in un attimo.
L’eccitazione, la rabbia, gli istinti bestiali sconvolsero la sua mente.
Quando si fermò, la terra aveva un altro colore e brillava come un rubino.

 
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